9 ottobre 2014

Scimmiotti rosiconi




 La considerazione di oggi non viene da un libro, ma da un articolo preso da Internet. Oh, vabbé. Succede.
Si parla di scimmie.

In sostanza, ecco cosa succede: c’è un ricercatore che fa un esperimento con due scimmie: prende la prima, le dà un compito da fare (prendere un oggetto) e quando la scimmia esegue il compito, le dà una ricompensa. Una fetta di cetriolo. La scimmia la mangia felice, ed è pienamente soddisfatta.
Il ricercatore a questo punto dà un compito uguale alla seconda scimmia, e quando anche questa la esegue, viene premiata. Ma non con un cetriolo: riceve invece un gustoso acino d’uva, sotto gli occhi della prima scimmia.
A questo punto il test viene ripetuto, ma quando entrambe eseguono il compito la prima scimmia riceve nuovamente un cetriolo, mentre la seconda vince ancora un acino d’uva.
La prima scimmia, che prima era perfettamente soddisfatta del cetriolo, dà in escandescenze e giustamente imbufalita tira il premio addosso al ricercatore, prima di strillare e abbandonarsi a gesti di protesta violenta.
Fine del test.

Ecco il link con il video che fa vedere l'esperimento, con tanto di cetriolo tirato in testa al ricercatore:
www.borislimpopo.com/2012/06/25/il-senso-dellingiustizia-tra-le-scimmie-cappuccine/



In quanto scimmiotti tecnologici, fare confronti è una caratteristica necessaria degli esseri umani. 
Sembrano quindi utopistiche le parole di Krishnamurti:

“La mente non è forse uno strumento di paragone? Sapete cosa vuol dire paragonare? Dite: “Questo è meglio di quello”; paragonate voi stessi a qualcun altro più bello o meno intelligente. Quando dite: “Ricordo un fiume che vidi l’anno scorso ed era ancor più bello di questo qui”, fate un paragone. Vi paragonate a un santo o ad un eroe oppure al sommo ideale. Questo giudizio comparativo ottenebra la mente; non la risveglia, non la rende comprensiva, disponibile.”

Quello che vuole dire il filosofo indiano è che è possibile capire una persona, o vivere appieno una situazione, solo  senza fare giudizi comparativi. Perché allora non è guardare, ma giudicare; spesso con preconcetti.

D'altra parte cadere nella trappola del giudicare (gli altri, ma anche se stessi) e sentirsi invidiosi è facilissimo, proprio a causa del “programma” istintivo inserito nel cervello: oltre che ad aiutare a cementare lo spirito di gruppo necessario alla caccia, dove chi ha preso la preda deve condividerne la carne con chi lo ha aiutato, probabilmente serviva agli ominidi per valutare il contesto dove si muovevano e spostarsi verso nuovi ambienti se sembravano più promettenti. 
Accontentarsi semplicemente di ciò che si aveva, insomma, finiva con l'essere una strategia poco vincente per la sopravvivenza. 

Sembra inoltre che ci sia una correlazione diretta tra gli episodi di violenza e i contesti dove avvengono: dove c’è maggiore disparità sociale, più frequenti malumore, depressione e violenza.
A questo proposito, l’articolo continuava citando il malessere diffuso in società benestanti, ricche e tecnologiche, ma esposte a una subdola letale insidia: la possibilità di un confronto continuo della propria quotidianità con stili di vita “perfetti”, irraggiungibili. Chi vuole il successo, sarà sempre continuamente bersagliato da notizie di persone che ne hanno più di lui; chi brama il potere della ricchezza, avrà sempre modo di vedere la vita di persone più ricche e potenti; chi desidera l’amore potrà sempre paragonare la propria relazione con quelle “patinate” delle persone di successo.

E a differenza di una volta, dove magari il confronto restava lontano, sfumato nell’immaginazione, grazie alla tecnologia e al "villaggio globale" adesso si può vedere il successo degli altri in ogni momento, quasi toccarlo concretamente, in continuazione; constatandone le "prove" con i propri occhi grazie alla televisione e ai social network, dove ognuno può cercare di mostrare una vita più felice e ricca di trionfi di quella che realmente ha, per lenire l’insoddisfazione di collegarsi e constatare di avere avuto dal destino una fetta di cetriolo mentre altri hanno avuto -a pari sforzo- l’acino d’uva. 



Le scimmie non hanno probabilmente possibilità di evitare la trappola. Ci riusciremo noi?


12 settembre 2014

L'inconciliabilità della rassegnazione




Per un sacco di tempo non mi è stato assolutamente chiaro come si conciliassero due frasi standard che sono dei veri e propri ritornelli in ogni buon percorso di crescita personale: “Accettati come sei” e nel contempo “Impegnati a diventare una persona migliore”. 

Ma insomma: "accettati" o "cambia"?! A quanto mi sembra, sono due cose inconciliabili: se uno vuole migliorare è perché riconosce di avere dei limiti che lo infastidiscono, che lo ostacolano, che insomma non vuole avere: per cui evidentemente non li accetta e vuole cambiare per essere, magari, più soddisfatto di sé. 
Se accettasse serenamente di avere questi limiti, non si dannerebbe per cambiarli.

Ma se a un certo punto intraprende un percorso di crescita personale è perchè vuole cambiare se stesso, per cui vuol dire che non si accetta per com’è, che vuole essere appunto diverso. Da ciò si deduce che è del tutto evidente che non si va bene, non intende rassegnarsi ad accettarsi per come è.

La conclusione che ne traggo io è che l’unico modo per accettarsi è dire “Boh vabbè io sono fatto così, ‘sticazzi. Sono ok così come sono (irascibile, sovrappeso, pigro, incapace di concentrarmi, infedele, eccetera) e mi accetto con i miei limiti. Per cui non alzerò un dito neanche per tentare di pensare di migliorare qualcosa. Tié.”
Il che suona un filino strano. Accettarsi significa fermarsi? Non muovere più un dito?  
 Avevo quindi deciso che “accettare i propri limiti” era una cosa del tutto teorica, oppure al massimo una comoda massima un po' new-age per gente molto pigra in cerca di autogiustificazioni.

Ma accettare qualcosa non equivale necessariamente a rassegnarsi a quel qualcosa.
Davanti alla percezione di un limite, la rassegnazione porta a dire “Me ne devo fare una ragione, trovare un qualche lato positivo che ci deve pur essere, fare di necessità virtù perché non si può (oppure “...perché costa troppo”) cambiare”. 

Accettare invece significa riconoscere, prendere atto che le cose stanno in effetti così e sono magari sempre state così anche se le vorremmo diverse. Che la situazione è questa, e non ci si può raccontare balle. E poi, se possibile, decidere di iniziare a fare qualcosa per cambiarle. E agire. 

Accettazione significa vedere le cose così come sono nel momento presente. Se peso qualche chilo in più di quanto vorrei, posso dire 
“...io sono fatto così”, 
“...è il metabolismo che cambia”, 
“...non posso accettare di vivere senza croissant e cappuccino”.

Oppure accettare il verdetto della bilancia come una descrizione del mio corpo attuale senza mettere la testa nella sabbia e,  da questo punto di vista, decidere lucidamente la strategia da seguire. 

Altro esempio: il lavoro che proprio non piace. Caso mio. Normalmente impreco a gran voce, mi lamento, mi agito, informo la gente senza lesinare particolari di quanto io sia sfortunato a fare un lavoro da scrivania alienante e fastidioso nonostante le mie aspirazioni ben diverse.

Come si può applicare qui il principio dell'accettazione? Credo riconoscendo la realtà per quello che è e non per quello che vorrei che fosse. Ovvero che il periodo fa oggettivamente schifo, i curricula spediti finora sono stati ignorati, per ora non ci sono alternative sensate e che questo lavoro mi porta un utile stipendio.
Certo, vorrei avere un lavoro creativo e realizzante e ben pagato. Nella realtà, ho un lavoro alienante e pagato, vicino a casa, che mi lascia qualche ora di tempo libero la sera, e dei colleghi con cui vado d'accordo. Vista con occhi realistici, non è poi così male. E non mi sembra di indorare la pillola.
Ora, cosa posso fare se voglio cambiarla? Continuare a guardare altre offerte, oppure aspettare in pace che questo lavoro finisca e intanto farlo guardando la realtà: che ho uno stipendio, che non mi piace, ma che in molti vorrebbero averlo. Per lo stipendio, immagino, mica per la realizzazione di impilare numerini in tabelle.
Da cui lamentarmi di continuo vagheggiando di un lavoro ideale che non ho, è un comportamento nevrotico che non mi può aiutare a sentirmi meglio. Piuttosto, vedere se si può migliorarlo nei discreti limiti del possibile.



E se la cosa non è modificabile? Se, ad esempio, ci troviamo ad affrontare l'invecchiamento, un difetto fisico, un lutto? 
Allora l'accettazione della cosa così com'è è ulteriormente importante, perchè eviteremo di sprecare ulteriori energie nel cercare di RESISTERE A QUELLO CHE DI FATTO E' GIA' COSI', tentando di forzare la realtà e di farla coincidere con le nostre aspettative magari irrealistiche, mettendoci a lottare contro i mulini a vento ostacolando di fatto la crescita interiore o il superamento del problema. 
Nel libro “Vivere momento per momento” c’è un breve capitolo sull’accettazione, definita come la disponibilità a vedere le cose così come sono in realtà, senza contaminarla con le nostre personali aspettative di come pensiamo dovrebbero essere.


“[…] Accettazione non significa che deve piacerti tutto di te o che devi assumere un atteggiamento passivo e rinunciare ai tuoi principi e ai tuoi valori.
Non significa che devi essere soddisfatto delle cose così come sono, o rassegnato.
Non significa che non devi cercare di liberarti delle tue abitudini autodistruttive o che devi tollerare l’ingiustizia e rinunciare a ogni impegno per cambiare il mondo.
L’accettazione di cui parlo è semplicemente una disponibilità a vedere le cose così come sono. È l’atteggiamento che pone i presupposti per una azione appropriata nella tua vita, di qualsiasi cosa si tratti. È molto più facile agire con convinzione e con efficacia quando abbiamo una chiara immagine di come stanno le cose, che quando la nostra visione è velata da giudizi e desideri.
Nella pratica della meditazione, coltiviamo l’accettazione prendendo ogni momento così come viene e vivendolo nella sua pienezza. Non cerchiamo di sovrapporre all’esperienza le nostre idee su cosa dovremmo sentire, pensare o vedere, bensì restiamo ricettivi a ciò che sentiamo, pensiamo e vediamo in questo momento.
Di una cosa possiamo essere certi: che ciò che è oggetto della nostra attenzione in questo momento cambierà, offrendoci l’occasione di coltivare l’accettazione di ciò che si presenterà nel momento successivo.


[immagine presa da www.finimondo.org]

5 settembre 2014

Istruzioni per bere il caffé





 Ho un collega che, durante la pausa, ordina sempre “un caffè molto ristretto”, non lo zucchera, agguanta la tazzina spesso chiaccherando e lo ingurgita in un secondo netto. Dopodichè esce dal bar e si fuma la sua sigaretta.
Mi sono sempre chiesto: ma allora che si beve il caffè a fare? L’intento è quello di prendersi una pausa, ma mi sembra chiaro che la ottiene unicamente con la sigaretta. Il caffè non serve quasi a nulla, visto che transita in bocca per pochi istanti e poi viene coperto dal gusto della nicotina.
Forse gli serve per “prepararsi la bocca”, o più probabilmente come scusa per prendersi una pausa (la sigaretta potrebbe benissimo fumarsela fuori dalla porta, senza andare in bar)...fatto sta che, per quanto riguarda il caffè in sé, l’attenzione dedicata alla povera tazzina è veramente insignificante!

La cosa mi è tornata in mente leggendo un capitolo del libro “Vivere momento per momento” (“Full Catastrophe Living”, secondo le intenzioni dell’autore), di Jon Kabat-Zinn, un curioso biologo molecolare che a un certo punto della sua carriera si è messo ad approfondire le discipline orientali e a fondare una clinica per curare i malati di stress.
L’intero libro tratta dell’arte di vivere con consapevolezza il presente, senza “sprecarlo” viaggiando con la mente, come viene fin troppo naturale, avanti e indietro nel tempo rivolgendo l’attenzione agli avvenimenti passati, ai ricordi, alle speranze, agli avvenimenti in programma per il futuro, a una cosa non detta, a un progetto per l'indomani.

In questo modo però quante volte il momento presente viene bistrattato, vissuto con la mente rivolta ad altri pensieri, o trattato solo come un momento di passaggio verso obiettivi futuri da inseguire?
Intanto l’istante passa, il caffé è già nello stomaco e noi ovviamente pensiamo già all'istante successivo, senza mai assaporare pienamente l’unico momento in cui esistiamo e possiamo vivere davvero. E una dopo l’altra, la vita passa e tante occasioni vengono sprecate semplicemente perchè non ci facciamo caso, pensando ad altro. Carpe diem, sarebbe.


Visto in quest’ottica, il caffè ristretto ingurgitato in mezzo secondo chiaccherando con i colleghi, solo come scusa (con se stessi) per potersi fumare la sigaretta, è un’occasione sprecata.
Il caffè avrebbe molto da dire e offrire: l’aroma, il gusto, il profumo, la sensazione sulla lingua, e tutte le sensazioni collegate. Ognuno ovviamente è libero di bere ciò che desidera come lo desidera, ma ingurgitandolo senza ritegno, distrattamente, automaticamente, senza consapevolezza di quello che si sta facendo, l’essenza stessa del caffè viene sprecata. E caffé dopo caffé, la vita pian piano viene vissuta col pilota automatico, al di sotto delle potenzialità che offrirebbe. 

A questo proposito uno dei primi esercizi del dottor Kabat-Zinn nella sua clinica riguarda proprio la consapevolezza di ciò che si mangia. Lui usa l’uvetta, ma è evidente che lo stesso risultato si ottiene con una tazzina di caffè, o una mela, o una brioche. Con la differenza che, personalmente, trovo che usare la brioche renda l’esperimento notevolmente più facile!





“Il modo in cui presentiamo per la prima volta la meditazione nella clinica per lo stress sorprende sempre i nostri pazienti. Spesso la gente si aspetta che la meditazione sia qualcosa di insolito, di mistico, di straordinario. Per eliminare subito queste aspettative, distribuiamo a ciascuno dei presenti tre chicchi di uva passa e li mangiamo uno per volta, consapevolmente, concentrando l’attenzione su quello che stiamo facendo e vivendolo attimo per attimo. 

 In primo luogo guardiamo attentamente il chicco di uvetta, lo osserviamo come se non avessimo mai visto una cosa simile in vita nostra. Con i polpastrelli ne palpiamo la consistenza, mentre notiamo le sfumature di colore e la forma delle superfici. Facciamo attenzione ai pensieri che si presentano riguardo all’uva passa o al cibo in generale. Se, mentre guardiamo il chicco di uvetta, proviamo sensazioni di attrazione o repulsione, se ci piace o non ci piace, notiamo anche questo. Poi lo annusiamo per un po’. Infine, consapevolmente, lo portiamo alle labbra, osservando il movimento del braccio e della mano e la salivazione che comincia a prodursi quando il corpo e la mente sono in attesa di ricevere del cibo. Continuiamo a fare attenzione mentre lo mettiamo in bocca e lo mastichiamo lentamente, assaporando il gusto di un singolo chicco di uva passa. E, quando siamo pronti a deglutire, osserviamo l’impulso di deglutire mentre va crescendo, in modo da vivere anche questa fase consapevolmente. Alla fine proviamo a immaginare o ‘sentire’ il nostro corpo di un chicco di uvetta più pesante.

L’effetto che questo esercizio ha sulle persone è invariabilmente positivo, anche per coloro a cui non piace l’uvetta. I commenti dei partecipanti sono, di solito, che questa diversa esperienza del mangiare è molto piacevole, che hanno assaporato un chicco di uvetta per la prima volta in vita loro e che anche un singolo chicco di uvetta può essere nutriente. Spesso qualcuno osserva che se mangiassimo sempre in questo modo mangeremmo meno e avremmo un rapporto più gratificante ed equilibrato con il cibo. Di solito qualcuno nota l’impulso automatico a mettere in bocca anche gli altri due chicchi prima di aver finito di mangiare il primo e riconosce in quel momento che è quello il suo modo di mangiare abituale. Poiché molti di noi usano il cibo come consolazione, specialmente quando ci sentiamo ansiosi o depressi, questo piccolo esercizio di mangiare al rallentatore, consapevoli di tutto ciò che facciamo, mette in luce quanto siano potenti e incontrollati molti dei nostri impulsi riguardo al cibo.

Nello stesso tempo, esso rivela quanto mangiare possa essere un gesto semplice e soddisfacente e quanto più autocontrollo sia possibile quando introduciamo la consapevolezza in quello che stiamo facendo, momento per momento."

4 luglio 2014

101 consigli per una casa perfetta, ordinata e pulita. Un domani.


"Stirare è un'arte alla quale tutti possiamo ambire, seguendo alcuni piccoli accorgimenti: per il ferro a vapore potete usare quella recuperata dallo sbrinamento del freezer, o quella del rubinetto bollita e filtrata. Eliminate il calcare riempiendo il serbatoio con acqua e aceto bianco. Accendete il ferro, poi fate uscire il vapore, quindi strofinate la superficie della piastra con una candela bianca avvolta in un panno di cotone; strofinatela poi con una fettina di limone e rimuovete i residui con una pezzetta umida pulita. [...] Evitate, se possibile, di stirare per MOLTE ORE CONSECUTIVE, per evitare dolori alle gambe e problemi di circolazione alle gambe."

"Il bagno necessita di un'igiene quotidiana: la pulizia frequente vi permetterà di fare in fretta, evitando allo sporco di accumularsi. Pulite i sanitari con detergente, sbiancateli con succo di limone o aceto caldo, e passate l'asse del water con acqua ossigenata; quindi disfinfettate la spzzola del WC con candeggina. Pulite poi le piastrelle con uno straccio imbevuto d'alcool, quindi il pavimento; non limitatevi alla pulizia dei rubinetti ma pulite i filtri immergendoli in aceto caldo; poi lavate i mobiletti con una spugnetta, la tenda della doccia con l'alcool, e ripassate tutte le superfici in plastica con una pelle di daino."

"I balconi e le terrazze richiedono cura e manutenzione costante. Strofinate spesso la ringhiera con un panno di daino imbevuto di petrolio, lavatela accuratamente con acqua e ammoniaca, e quando sarà asciutta passateci uno straccio imbevuto d'olio."

"Il marmo sembra inattaccabile, in realtà ha bisogno di costanti cure. [...] Spolverate di frequente i vetri, per poi passare un giornale imbevuto di acqua e ammoniaca con movimenti circolari. [...] Se alle finestre avete veneziane, spolveratele spesso per eliminare la polvere che altrimenti finireste per respirare. [...] Le porte devono essere pulite di frequente. La costante pulizia e lucidatura delle maniglie, dove si annidano i batteri, è fondamentale. [...]"

* * *

Queste e altre agghiaccianti perle di saggezza per una frequente, costante, fondamentale gestione domestica che occupi il 200% del tempo libero stanno nel libro di oggi, “101 consigli e segreti per la casa”, una raccolta di consigli per casalinghe con tendenze psicotiche che ho avuto l’idea di comprare (in sconto alle bancarelle, come per gran parte di altri miei libri assurdi) quando sono andato a vivere da solo, sull’onda delle osservazioni altrui secondo le quali non avrei avuto la minima possibilità tenere la casa organizzata e pulita.



E’ un libro deciso, dall’aspetto squadrato, solido, utilissimo: intanto come fermaporta.
E' soprattutto un libro dogmatico, che dispensa solide certezze: per esempio, la prima volta che l’ho letto per organizzarmi riguardo alle pulizie, ho avuto subito la solida certezza che seguendo quello che c’era scritto non sarei mai stato radioso, spensierato, saltellante e realizzato come mostravano di essere, nelle foto allegate, le infaticabili casalinghe che mi ero ripromesso di emulare.


3 luglio 2014

Puoi anche dire no!

… ma potresti anche dire “ che ne pensi se…?”
L’assertività, in fondo, potrebbe essere riassunta con questa domanda, presupposto di accordo tra le parti; per definizione infatti essa è la capacità di riconoscere e far valere i propri bisogni nel rispetto di quelli altrui. L’assertività, citando il libro “Puoi anche dire no!” di B.Bauer, G.Bagnato e M.Ventura, “ si pone infatti l’obiettivo di risolvere queste situazioni (n.d.r di conflitto) nel rispetto di sè stessi, consapevoli dei propri diritti. Allo stesso tempo, e qui sta la difficoltà, l’assertività richiede l’attenzione alla persona che si ha di fronte, allo scopo di mantenere una buona relazione.”.
E’ un termine divenuto ormai di moda, utilizzato in ambito relazionale, sia esso familiare, di coppia o lavorativo, che tuttavia stenta ancora ad essere compreso nel suo vero significato. 
Molti infatti confondono l’assertività con la capacità di “farsi valere”, di “dire le cose come stanno”, in un’accezione quasi aggressiva oppure ne parlano come di una tecnica di finissima manipolazione per il raggiungimento di uno scopo; l’assertività, al contrario, è un approccio molto attento alla dignità delle persone, al loro modo di sentire e pensare e certamente la persona assertiva “non è un campione di lotta verbale”! Altri ancora la ritengono semplicemente un’abilità comunicativa ma anche in questo caso l’analisi rischia di essere riduttiva: essere assertivi richiama certamente a competenze comunicative, presuppone autostima e un buon senso di autoefficacia; tuttavia richiede un guizzo creativo in più, quello sforzo mentale alla ricerca di una soluzione alternativa alle due  istanze degli attori, una soluzione, a volte di compromesso, positiva non solo per sé stessi ma anche per l’interlocutore e soprattutto per la relazione in prospettiva futura.
Quali sono quindi i presupposti di un atteggiamento assertivo?

- Essere chiari con se stessi circa i propri bisogni e desideri: “che cosa voglio esattamente?”
- La disponibilità a mettersi in gioco nella relazione, a rischio anche di dover rivedere relazioni importanti
- Avere una concezione positiva delle relazioni e delle persone che ne sono protagoniste e in    particolar modo avere fiducia in se stessi e nella propria capacità di dare un contributo alla relazione
- Riconoscere agli altri il diritto ad essere se stessi
- Disponibilità a gestire in modo positivo e costruttivo i conflitti e le divergenze di opinioni e   obiettivi

A questo punto, non dimenticare i tuoi diritti assertivi!

- Il diritto di decidere e di valutare il proprio comportamento, i propri pensieri, le proprie   emozioni e di essere il giudice di se stessi
- Il diritto di non offrire ragioni o scuse per il proprio comportamento
- Il diritto di decidere se si ha la responsabilità di trovare una soluzione ai problemi altrui
- Il diritto di cambiare idea
- Il diritto di sbagliare e di esserne responsabile
- Il diritto di dire “non lo so” o “non capisco” e di chiedere spiegazioni
- Il diritto di sentirsi liberi dall’approvazione degli altri
- Il diritto di essere illogici nel prendere decisioni
- Il diritto di NON ESSERE PERFETTI

27 giugno 2014

La fabbrica delle paranoie

Questa settimana vorrei parlare di un libro che affronta in una maniera leggera ma chiara un argomento importante, spesso sottovalutato: l'innato talento umano di incasinarsi la vita partendo da cose che hanno poca o nessuna attinenza con la realtà. 
Capacità che, comunque, con un minimo di applicazione si può facilmente riuscire ad affinare e sviluppare anche in chi dovesse nascerne sprovvisto.
Ho trovato questo libro in una bancarella una decina di anni fa e ne ho fatto uno dei miei preferiti; le caratteristiche salienti di questo piccolo manuale sono:
  • Un titolo curioso, molto azzeccato, studiato con lo scopo di incuriosire il passante agendo da efficacissimo "specchietto per allodole".
  • Un prezzo decisamente allettante (6€ circa).
  • Concetti spiegati in modo semplice ed efficace, senza troppi giri di paroloni.
  • Un grande assortimento di battute sciocche, per lo più di cattivo gusto, messe là per sdrammatizzare e alleggerire la trattazione in modo da non spaventare il lettore che teme il "mattonazzo psicologico".
  • Un grande amore e talento per utilizzo di note a pié di pagina, usate per ammassarci le battute del punto precedente, con il risultato pratico di ostacolare di continuo la lettura, irritare e far perdere il filo del discorso.
  • Uno stile dichiaratamente spigliato, simpatico e frizzante, che fa l'occhiolino al gergo degli adolescenti, che risulta quindi totalmente fuori luogo come un anziano che vuole a tutti i costi atteggiarsi a giovane.