Ho un collega che, durante la pausa, ordina sempre “un caffè
molto ristretto”, non lo zucchera, agguanta la tazzina spesso chiaccherando e
lo ingurgita in un secondo netto. Dopodichè esce dal bar e si fuma la sua sigaretta.
Mi sono sempre chiesto: ma allora che si beve il caffè a
fare? L’intento è quello di prendersi una pausa, ma mi sembra chiaro che la
ottiene unicamente con la sigaretta. Il caffè non serve quasi a nulla, visto
che transita in bocca per pochi istanti e poi viene coperto dal gusto della
nicotina.
Forse gli serve per “prepararsi la bocca”, o più probabilmente come scusa per prendersi una pausa (la sigaretta potrebbe benissimo fumarsela fuori dalla porta, senza andare in bar)...fatto sta che, per quanto riguarda il caffè in sé, l’attenzione dedicata alla povera tazzina è veramente insignificante!
Forse gli serve per “prepararsi la bocca”, o più probabilmente come scusa per prendersi una pausa (la sigaretta potrebbe benissimo fumarsela fuori dalla porta, senza andare in bar)...fatto sta che, per quanto riguarda il caffè in sé, l’attenzione dedicata alla povera tazzina è veramente insignificante!
La cosa mi è tornata in mente leggendo un capitolo del libro
“Vivere momento per momento” (“Full Catastrophe Living”, secondo le intenzioni
dell’autore), di Jon Kabat-Zinn, un curioso biologo molecolare che a un
certo punto della sua carriera si è messo ad approfondire le discipline
orientali e a fondare una clinica per curare i malati di stress.
L’intero libro tratta dell’arte di vivere con consapevolezza
il presente, senza “sprecarlo” viaggiando con la mente, come viene fin troppo naturale, avanti e indietro nel tempo rivolgendo l’attenzione agli avvenimenti passati, ai ricordi, alle speranze, agli avvenimenti in programma per il futuro, a una cosa non detta, a un progetto per l'indomani.
In questo modo però quante volte il momento presente viene bistrattato, vissuto con la mente rivolta ad altri pensieri, o trattato solo come un momento di passaggio verso obiettivi futuri da inseguire?
Intanto l’istante passa, il caffé è già nello stomaco e noi ovviamente pensiamo già all'istante successivo, senza mai assaporare pienamente l’unico momento in cui esistiamo e possiamo vivere davvero. E una dopo l’altra, la vita passa e tante occasioni vengono sprecate semplicemente perchè non ci facciamo caso, pensando ad altro. Carpe diem, sarebbe.
In questo modo però quante volte il momento presente viene bistrattato, vissuto con la mente rivolta ad altri pensieri, o trattato solo come un momento di passaggio verso obiettivi futuri da inseguire?
Intanto l’istante passa, il caffé è già nello stomaco e noi ovviamente pensiamo già all'istante successivo, senza mai assaporare pienamente l’unico momento in cui esistiamo e possiamo vivere davvero. E una dopo l’altra, la vita passa e tante occasioni vengono sprecate semplicemente perchè non ci facciamo caso, pensando ad altro. Carpe diem, sarebbe.
Visto in quest’ottica, il caffè ristretto ingurgitato in
mezzo secondo chiaccherando con i colleghi, solo come scusa (con se stessi) per potersi fumare
la sigaretta, è un’occasione sprecata.
Il caffè avrebbe molto da dire e offrire: l’aroma, il gusto,
il profumo, la sensazione sulla lingua, e tutte le sensazioni collegate. Ognuno ovviamente
è libero di bere ciò che desidera come lo desidera, ma ingurgitandolo senza
ritegno, distrattamente, automaticamente, senza consapevolezza di quello che si
sta facendo, l’essenza stessa del caffè viene sprecata. E caffé dopo caffé, la vita pian piano viene vissuta col pilota automatico, al di sotto delle potenzialità che offrirebbe.
A questo proposito uno dei primi esercizi del dottor Kabat-Zinn nella sua clinica riguarda proprio la consapevolezza di ciò che si mangia.
Lui usa l’uvetta, ma è evidente che lo stesso risultato si ottiene con una
tazzina di caffè, o una mela, o una brioche. Con la differenza che, personalmente,
trovo che usare la brioche renda l’esperimento notevolmente più facile!
“Il modo in cui presentiamo per la prima volta la meditazione nella clinica per lo stress sorprende sempre i nostri pazienti. Spesso la gente si aspetta che la meditazione sia qualcosa di insolito, di mistico, di straordinario. Per eliminare subito queste aspettative, distribuiamo a ciascuno dei presenti tre chicchi di uva passa e li mangiamo uno per volta, consapevolmente, concentrando l’attenzione su quello che stiamo facendo e vivendolo attimo per attimo.
In primo luogo guardiamo attentamente il chicco di uvetta, lo osserviamo come se non avessimo mai visto una cosa simile in vita nostra. Con i polpastrelli ne palpiamo la consistenza, mentre notiamo le sfumature di colore e la forma delle superfici. Facciamo attenzione ai pensieri che si presentano riguardo all’uva passa o al cibo in generale. Se, mentre guardiamo il chicco di uvetta, proviamo sensazioni di attrazione o repulsione, se ci piace o non ci piace, notiamo anche questo. Poi lo annusiamo per un po’. Infine, consapevolmente, lo portiamo alle labbra, osservando il movimento del braccio e della mano e la salivazione che comincia a prodursi quando il corpo e la mente sono in attesa di ricevere del cibo. Continuiamo a fare attenzione mentre lo mettiamo in bocca e lo mastichiamo lentamente, assaporando il gusto di un singolo chicco di uva passa. E, quando siamo pronti a deglutire, osserviamo l’impulso di deglutire mentre va crescendo, in modo da vivere anche questa fase consapevolmente. Alla fine proviamo a immaginare o ‘sentire’ il nostro corpo di un chicco di uvetta più pesante.
L’effetto che questo esercizio ha sulle persone è invariabilmente positivo, anche per coloro a cui non piace l’uvetta. I commenti dei partecipanti sono, di solito, che questa diversa esperienza del mangiare è molto piacevole, che hanno assaporato un chicco di uvetta per la prima volta in vita loro e che anche un singolo chicco di uvetta può essere nutriente. Spesso qualcuno osserva che se mangiassimo sempre in questo modo mangeremmo meno e avremmo un rapporto più gratificante ed equilibrato con il cibo. Di solito qualcuno nota l’impulso automatico a mettere in bocca anche gli altri due chicchi prima di aver finito di mangiare il primo e riconosce in quel momento che è quello il suo modo di mangiare abituale. Poiché molti di noi usano il cibo come consolazione, specialmente quando ci sentiamo ansiosi o depressi, questo piccolo esercizio di mangiare al rallentatore, consapevoli di tutto ciò che facciamo, mette in luce quanto siano potenti e incontrollati molti dei nostri impulsi riguardo al cibo.
Nello stesso tempo, esso rivela quanto mangiare possa essere un gesto semplice e soddisfacente e quanto più autocontrollo sia possibile quando introduciamo la consapevolezza in quello che stiamo facendo, momento per momento."


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