Per un sacco di tempo non mi è stato assolutamente chiaro come si conciliassero due frasi standard che sono dei veri e propri ritornelli in ogni buon percorso di crescita personale: “Accettati come sei” e nel contempo “Impegnati a diventare una persona migliore”.
Ma insomma: "accettati" o "cambia"?! A quanto mi sembra, sono due cose inconciliabili: se uno
vuole migliorare è perché riconosce di avere dei limiti che lo infastidiscono,
che lo ostacolano, che insomma non vuole avere: per cui evidentemente non li accetta e vuole
cambiare per essere, magari, più soddisfatto di sé.
Se accettasse serenamente di avere questi limiti, non si dannerebbe per cambiarli.
Ma se a un certo punto intraprende un percorso di crescita personale è perchè vuole cambiare se stesso, per cui vuol dire che non si accetta per
com’è, che vuole essere appunto diverso. Da ciò si deduce che è del tutto evidente che non si va bene, non intende rassegnarsi ad accettarsi per come è.
La conclusione che ne traggo io è che l’unico modo per accettarsi è dire “Boh vabbè io
sono fatto così, ‘sticazzi. Sono ok così come sono (irascibile, sovrappeso,
pigro, incapace di concentrarmi, infedele, eccetera) e mi accetto con i miei limiti. Per cui non alzerò un dito neanche per tentare di pensare di migliorare qualcosa. Tié.”
Il che suona un filino strano.
Accettarsi significa fermarsi? Non muovere più un dito?
Avevo quindi deciso che “accettare i propri limiti”
era una cosa del tutto teorica, oppure al massimo una comoda massima un po' new-age per gente
molto pigra in cerca di autogiustificazioni.
Ma accettare qualcosa non equivale necessariamente a rassegnarsi a quel qualcosa.
Davanti alla percezione di un limite, la rassegnazione porta
a dire “Me ne devo fare una ragione, trovare un qualche lato positivo che ci deve pur essere, fare di necessità virtù perché non si può
(oppure “...perché costa troppo”) cambiare”.
Accettare invece significa riconoscere, prendere atto che le cose
stanno in effetti così e sono magari sempre state così anche se le vorremmo
diverse. Che la situazione è questa, e non ci si può raccontare balle. E poi, se possibile,
decidere di iniziare a fare qualcosa per cambiarle. E agire.
Accettazione significa vedere le cose così come sono nel momento
presente. Se peso qualche chilo in più di quanto vorrei, posso dire
“...io sono fatto così”,
“...è il metabolismo che cambia”,
“...non posso accettare di vivere senza croissant e cappuccino”.
Oppure accettare il verdetto della bilancia come una descrizione del mio corpo attuale senza mettere la testa nella sabbia e, da questo punto di vista, decidere lucidamente la strategia da seguire.
Altro esempio: il lavoro che proprio non piace. Caso mio. Normalmente impreco a gran voce, mi lamento, mi agito, informo la gente senza lesinare particolari di quanto io sia sfortunato a fare un lavoro da scrivania alienante e fastidioso nonostante le mie aspirazioni ben diverse.
Come si può applicare qui il principio dell'accettazione? Credo riconoscendo la realtà per quello che è e non per quello che vorrei che fosse. Ovvero che il periodo fa oggettivamente schifo, i curricula spediti finora sono stati ignorati, per ora non ci sono alternative sensate e che questo lavoro mi porta un utile stipendio.
Certo, vorrei avere un lavoro creativo e realizzante e ben pagato. Nella realtà, ho un lavoro alienante e pagato, vicino a casa, che mi lascia qualche ora di tempo libero la sera, e dei colleghi con cui vado d'accordo. Vista con occhi realistici, non è poi così male. E non mi sembra di indorare la pillola.
Ora, cosa posso fare se voglio cambiarla? Continuare a guardare altre offerte, oppure aspettare in pace che questo lavoro finisca e intanto farlo guardando la realtà: che ho uno stipendio, che non mi piace, ma che in molti vorrebbero averlo. Per lo stipendio, immagino, mica per la realizzazione di impilare numerini in tabelle.
Da cui lamentarmi di continuo vagheggiando di un lavoro ideale che non ho, è un comportamento nevrotico che non mi può aiutare a sentirmi meglio. Piuttosto, vedere se si può migliorarlo nei discreti limiti del possibile.
E se la cosa non è modificabile? Se, ad esempio, ci troviamo ad affrontare l'invecchiamento, un difetto fisico, un lutto?
Allora l'accettazione della cosa così com'è è ulteriormente importante, perchè eviteremo di sprecare ulteriori energie nel cercare di RESISTERE A QUELLO CHE DI FATTO E' GIA' COSI', tentando di forzare la realtà e di farla coincidere con le nostre aspettative magari irrealistiche, mettendoci a lottare contro i mulini a vento ostacolando di fatto la crescita interiore o il superamento del problema.
“...io sono fatto così”,
“...è il metabolismo che cambia”,
“...non posso accettare di vivere senza croissant e cappuccino”.
Oppure accettare il verdetto della bilancia come una descrizione del mio corpo attuale senza mettere la testa nella sabbia e, da questo punto di vista, decidere lucidamente la strategia da seguire.
Altro esempio: il lavoro che proprio non piace. Caso mio. Normalmente impreco a gran voce, mi lamento, mi agito, informo la gente senza lesinare particolari di quanto io sia sfortunato a fare un lavoro da scrivania alienante e fastidioso nonostante le mie aspirazioni ben diverse.
Come si può applicare qui il principio dell'accettazione? Credo riconoscendo la realtà per quello che è e non per quello che vorrei che fosse. Ovvero che il periodo fa oggettivamente schifo, i curricula spediti finora sono stati ignorati, per ora non ci sono alternative sensate e che questo lavoro mi porta un utile stipendio.
Certo, vorrei avere un lavoro creativo e realizzante e ben pagato. Nella realtà, ho un lavoro alienante e pagato, vicino a casa, che mi lascia qualche ora di tempo libero la sera, e dei colleghi con cui vado d'accordo. Vista con occhi realistici, non è poi così male. E non mi sembra di indorare la pillola.
Ora, cosa posso fare se voglio cambiarla? Continuare a guardare altre offerte, oppure aspettare in pace che questo lavoro finisca e intanto farlo guardando la realtà: che ho uno stipendio, che non mi piace, ma che in molti vorrebbero averlo. Per lo stipendio, immagino, mica per la realizzazione di impilare numerini in tabelle.
Da cui lamentarmi di continuo vagheggiando di un lavoro ideale che non ho, è un comportamento nevrotico che non mi può aiutare a sentirmi meglio. Piuttosto, vedere se si può migliorarlo nei discreti limiti del possibile.
E se la cosa non è modificabile? Se, ad esempio, ci troviamo ad affrontare l'invecchiamento, un difetto fisico, un lutto?
Allora l'accettazione della cosa così com'è è ulteriormente importante, perchè eviteremo di sprecare ulteriori energie nel cercare di RESISTERE A QUELLO CHE DI FATTO E' GIA' COSI', tentando di forzare la realtà e di farla coincidere con le nostre aspettative magari irrealistiche, mettendoci a lottare contro i mulini a vento ostacolando di fatto la crescita interiore o il superamento del problema.
Nel libro “Vivere momento per momento” c’è un breve capitolo sull’accettazione,
definita come la disponibilità a vedere le cose così come sono in realtà, senza contaminarla con le nostre personali aspettative di come pensiamo dovrebbero essere.
“[…] Accettazione non significa che deve piacerti
tutto di te o che devi assumere un atteggiamento passivo e rinunciare ai tuoi
principi e ai tuoi valori.
Non significa che devi essere soddisfatto
delle cose così come sono, o rassegnato.
Non significa che non devi cercare di
liberarti delle tue abitudini autodistruttive o che devi tollerare
l’ingiustizia e rinunciare a ogni impegno per cambiare il mondo.
L’accettazione di cui parlo è semplicemente
una disponibilità a vedere le cose così come sono. È l’atteggiamento che pone i
presupposti per una azione appropriata nella tua vita, di qualsiasi cosa si
tratti. È molto più facile agire con convinzione e con efficacia quando abbiamo
una chiara immagine di come stanno le cose, che quando la nostra visione è
velata da giudizi e desideri.
Nella pratica della meditazione, coltiviamo
l’accettazione prendendo ogni momento così come viene e vivendolo nella sua
pienezza. Non cerchiamo di sovrapporre all’esperienza le nostre idee su cosa
dovremmo sentire, pensare o vedere, bensì restiamo ricettivi a ciò che
sentiamo, pensiamo e vediamo in questo momento.
Di una cosa possiamo essere certi: che ciò che
è oggetto della nostra attenzione in questo momento cambierà, offrendoci
l’occasione di coltivare l’accettazione di ciò che si presenterà nel momento
successivo.
[immagine presa da www.finimondo.org]

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