La considerazione di oggi non viene da un libro, ma da un articolo
preso da Internet. Oh, vabbé. Succede.
Si parla di scimmie.
In sostanza, ecco cosa succede: c’è un ricercatore che fa un
esperimento con due scimmie: prende la prima, le dà un compito da fare
(prendere un oggetto) e quando la scimmia esegue il compito, le dà una ricompensa.
Una fetta di cetriolo. La scimmia la mangia felice, ed è pienamente soddisfatta.
Il ricercatore a questo punto dà un compito uguale alla
seconda scimmia, e quando anche questa la esegue, viene premiata. Ma non con un
cetriolo: riceve invece un gustoso acino d’uva, sotto gli occhi della prima
scimmia.
A questo punto il test viene ripetuto, ma quando entrambe
eseguono il compito la prima scimmia riceve nuovamente un cetriolo, mentre la
seconda vince ancora un acino d’uva.
La prima scimmia, che prima era perfettamente soddisfatta
del cetriolo, dà in escandescenze e giustamente imbufalita tira il premio addosso
al ricercatore, prima di strillare e abbandonarsi a gesti di protesta violenta.
Fine del test.
Ecco il link con il video che fa vedere l'esperimento, con tanto di cetriolo tirato in testa al ricercatore:
www.borislimpopo.com/2012/06/25/il-senso-dellingiustizia-tra-le-scimmie-cappuccine/
In quanto scimmiotti tecnologici, fare confronti è una
caratteristica necessaria degli esseri umani.
Sembrano quindi utopistiche le parole di Krishnamurti:
“La mente non è forse uno strumento di paragone? Sapete cosa
vuol dire paragonare? Dite: “Questo è meglio di quello”; paragonate voi stessi
a qualcun altro più bello o meno intelligente. Quando dite: “Ricordo un fiume
che vidi l’anno scorso ed era ancor più bello di questo qui”, fate un paragone.
Vi paragonate a un santo o ad un eroe oppure al sommo ideale. Questo giudizio
comparativo ottenebra la mente; non la risveglia, non la rende comprensiva,
disponibile.”
Quello che vuole dire il filosofo indiano è che è possibile capire
una persona, o vivere appieno una situazione, solo senza fare giudizi comparativi. Perché allora
non è guardare, ma giudicare; spesso con preconcetti.
D'altra parte cadere nella trappola del giudicare (gli altri, ma anche se stessi) e sentirsi invidiosi
è facilissimo, proprio a causa del “programma” istintivo inserito nel cervello:
oltre che ad aiutare a cementare lo spirito di gruppo necessario alla caccia, dove chi ha preso la preda deve condividerne
la carne con chi lo ha aiutato, probabilmente serviva agli ominidi per valutare il contesto dove si muovevano e
spostarsi verso nuovi ambienti se sembravano più promettenti.
Accontentarsi semplicemente di ciò che si aveva,
insomma, finiva con l'essere una strategia poco vincente per la sopravvivenza.
Sembra inoltre che ci sia una correlazione diretta tra gli episodi
di violenza e i contesti dove avvengono: dove c’è maggiore disparità sociale,
più frequenti malumore, depressione e violenza.
A questo proposito, l’articolo continuava citando il malessere
diffuso in società benestanti, ricche e tecnologiche, ma esposte a una subdola letale
insidia: la possibilità di un confronto continuo della propria quotidianità con
stili di vita “perfetti”, irraggiungibili. Chi vuole il successo, sarà sempre
continuamente bersagliato da notizie di persone che ne hanno più di lui; chi
brama il potere della ricchezza, avrà sempre modo di vedere la vita di persone
più ricche e potenti; chi desidera l’amore potrà sempre paragonare la propria
relazione con quelle “patinate” delle persone di successo.
E a differenza di una volta, dove magari il confronto
restava lontano, sfumato nell’immaginazione, grazie alla tecnologia e al "villaggio globale" adesso si può vedere il successo degli altri in ogni momento, quasi
toccarlo concretamente, in continuazione; constatandone le "prove" con i propri occhi grazie
alla televisione e ai social network, dove ognuno può cercare di mostrare una
vita più felice e ricca di trionfi di quella che realmente ha, per lenire l’insoddisfazione
di collegarsi e constatare di avere avuto dal destino una fetta di cetriolo mentre
altri hanno avuto -a pari sforzo- l’acino d’uva.
Le scimmie non hanno probabilmente possibilità di evitare la
trappola. Ci riusciremo noi?



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