Può nascere la domanda: questa ricerca della felicità, di una vita all'insegna dell'ottimismo e del benessere, è una recente trovata newage dovuta allo stress della vita moderna?
No. Già gli antichi Greci si erano inventati la filosofia allo scopo di arrivare alla conoscenza di se stessi, della propria natura e delle proprie inclinazioni, in modo da cercare di capire come le capacità di ogni individuo potessero essere espresse in piena realizzazione.
Per loro la filosofia, ben lontana dai contorti astratti esercizi mentali quasi sempre fini a se stessi che ci vengono spesso presentati a scuola, era pratica: serviva piuttosto alla trasformazione spirituale dell'uomo che ricercava la verità, in modo da condurlo alla realizzazione personale e ad una vita felice.
La felicità, diceva Aristotele, era infatti la realizzazione della propria natura.
La ricerca di un sistema efficace per salire i gradini della realizzazione personale, per correggere i propri difetti e raggiungere uno stato di maggiore realizzazione, è quindi antichissimo; vorrei però cominciare a ragionare sull'argomento "felicità" non partendo come a questo punto sarebbe logico da Epicuro, Democrito, Socrate, Aristotele o dai grandi filosofi che hanno trattato a lungo l'argomento; ma al contrario da una lettura senza pretese, semplice e breve, di un'autrice trovata in internet.
Un breve ebook che si trova, in formato pdf, liberamente scaricabile sul sito omnama.it: "FELICI SENZA MOTIVO".
Facendo zapping qua è là in rete ho trovato spesso una marea di ciarpame newage intriso di ottuso buonismo e vuota retorica, del tipo "Perchè Tu sei una creatura di luce, la Tua anima è un soffio divino e tutto andrà bene: l'universo provvederà a Te e se lo desideri alla fine avrai ciò che vuoi", evidente pattume consolatorio che non merita altro che un imbarazzato oblio.
Questa breve guida è diversa: la teoria che espone in appena 30 paginette è semplice, ma non per questo da sottovalutare.
Credo anzi che alla fine non ci sia bisogno di lunghi e particolareggiati trattati che ricamino su ogni parola per affrontare un argomento simile; ma possa bastare un'essenza solida ed esposta bene, qualche idea illuminante che possa scardinare un consolidato sistema "obsoleto" di comportamento; e poi molta, molta pratica. Soprattutto nei momenti in cui la quotidianità NON ci serve il benessere su un piatto d'argento.
Al di là di alcuni paragrafi che non condivido pienamente, come quello che sembra suggerire che tutti i bambini sono spensierati e felici (quando, nella mia opinione, sono certo spontanei ma non certo spensierati), i concetti proposti sono semplici e di facile realizzazione, e possono spingere a voler approfondire il desiderio di migliorare la propria condizione mettendo in discussione i propri comportamenti - che spesso portano nella condizione opposta a quella voluta - e attuando qualche piccola strategia.
Ma quali sono i motivi che ci rendono felici?
- Il concetto di base del libro, credo innegabile, è che non sono gli avvenimenti della vita a renderci felici o infelici, quanto -in gran parte- la nostra reazione: circostanze simili possono avere effetti molto diversi sulle persone, e la stessa "dose di sfiga" può avere, a seconda della persona che colpisce, diverse conseguenze che variano da un leggero abbattimento alla totale disperazione. Non sono gli eventi a farci soffrire, ma quello che la nostra mente costruisce su quegli eventi, l'interpretazione che diamo loro.
Un concetto, tra parentesi, che deriva dritto dalla filosofia stoica: già nel primo secolo d.C., il filosofo greco Epitteto l'aveva abbondantemente trattato. - La considerazione successiva è che non bisogna poi confondere la felicità con il piacere: una persona che cercasse di raggiungere il benessere e una vita piena assaporando più piaceri possibili finirebbe per ottenere l'effetto opposto. Per quanto possa all'inizio sembrare strampalata, questa teoria ha una sua logica: il piacere infatti è intenso ma breve, momentaneo e soprattutto produce assuefazione, in modo che abusandone si finisce per cercarne sempre di più spingendosi sempre più in là la sua ricerca, in una fame che non può essere saziata: anzichè felicità si ottiene quindi, per la maggior parte del tempo, una sensazione di mancanza, di ansia e scontentezza.
Per allenare "il muscolo della felicità" vengono poi proposti cinque semplici esercizi, da eseguire il più spesso possibile:
■ LA GRATITUDINE. Parlando di atteggiamento mentale, così come è evidente che il lamentarsi di una situazione, il rimuginare o il compiangersi non la migliora, è invece utile cercare di evidenziare gli aspetti positivi della propria vita per influenzarne la percezione e, diciamo, farcela guardare dal punto di vista migliore. E', in sostanza, il vecchio discorso del bicchiere "mezzo pieno o mezzo vuoto".
Certo, può sembrare ingenuo voler a tutti i costi trovare il lato positivo delle cose, ma a che pro vedere tutto nero, magari solo per giustificare le proprie difficoltà? Prendere atto dei propri difetti e delle proprie mancanze senza farsi illusioni è certo un atteggiamento responsabile e può magari spronare a migliorarsi, ma deprimersi ostinandosi a vedere solo quelli è altrettanto saggio?
Un pizzico di ottimismo non può fare male, se non si cade in un cieco sclerotizzato "buonismo da Pollyanna" e alleggerisce la percezione della propria vita regalando una sensazione di benessere.
L'esercizio proposto è semplice: ogni sera, scrivere su un elenco tre cose successe durante il giorno per le quali si è grati.
Visto che non costa niente in termini di impegno l'ho provato, e devo dire che nonostante alcune difficoltà (a volte è veramente difficile trovarli senza cadere nel banale) i risultati non tardano a venire.
■ VIVERE NEL PRESENTE, nel qui e ora. Pilastro nella ricerca dell'illuminazione orientale, il "qui e ora" nel buddhismo prescrive di essere sempre presenti a se stessi, nella piena consapevolezza di ogni percezione nel momento presente, di ogni azione, stato d'animo o percezione.
Insegna infatti il Sutra sui quattro fondamenti della consapevolezza:
"E ancora, monaci: un monaco, quando cammina è consapevole: sto camminando. Quando è in piedi è consapevole: sono in piedi. Quando è coricato è consapevole: sono coricato; o comunque sia atteggiato il corpo, ne è cosciente. [...] "Chiara comprensione" significa avere la piena cognizione della situazione in cui si è nel momento presente. Cogliere il "qui ed ora", essere unificati con essi: la presenza mentale conduce all'essere semplicemente presenti al momento che ci chiama, senza ulteriori filtri, pensieri o fantasticherie.
Questo ottimo consiglio non sarà mai ripetuto abbastanza, ma ahimé com'è difficile da attuare presi da mille impegni dove "l'urgente eclissa l'importante", essere presenti a se stessi quando il ritmo delle giornate diventa frenetico e sembra di non avere un momento libero per vivere pienamente l'istante.
Vagare tra le ingannevoli promesse o tra inquietanti possibilità del futuro, o riviviere un passato ormai perso possono solo condurre all'alienazione e a sprecare il proprio "Qui e ora", che per quanto possa essere a volte insipido, noioso o sgradevole, è l'unico vero fuggevole momento nel quale esistiamo.
Insegna infatti il Sutra sui quattro fondamenti della consapevolezza:
"E ancora, monaci: un monaco, quando cammina è consapevole: sto camminando. Quando è in piedi è consapevole: sono in piedi. Quando è coricato è consapevole: sono coricato; o comunque sia atteggiato il corpo, ne è cosciente. [...] "Chiara comprensione" significa avere la piena cognizione della situazione in cui si è nel momento presente. Cogliere il "qui ed ora", essere unificati con essi: la presenza mentale conduce all'essere semplicemente presenti al momento che ci chiama, senza ulteriori filtri, pensieri o fantasticherie.
Questo ottimo consiglio non sarà mai ripetuto abbastanza, ma ahimé com'è difficile da attuare presi da mille impegni dove "l'urgente eclissa l'importante", essere presenti a se stessi quando il ritmo delle giornate diventa frenetico e sembra di non avere un momento libero per vivere pienamente l'istante.
Vagare tra le ingannevoli promesse o tra inquietanti possibilità del futuro, o riviviere un passato ormai perso possono solo condurre all'alienazione e a sprecare il proprio "Qui e ora", che per quanto possa essere a volte insipido, noioso o sgradevole, è l'unico vero fuggevole momento nel quale esistiamo.
Sfortunatamente per me, ho scoperto di essere molto negato nel praticarlo, ma intendo continuare ad esercitarmi.
■ TROVARE UNO SCOPO NELLA VITA. Un detto che mi ha sempre molto colpito, anche se non ho la minima idea di chi l'abbia coniato, è: "Cos'è un arciere senza un bersaglio?"
E' una variante dell'aforisma "Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare" di Seneca.
Per sentirsi realizzati, e quindi "bene con se stessi", all'uomo è necessario uno scopo, un traguardo, una meta alla quale tendere.
Per sentirsi realizzati, e quindi "bene con se stessi", all'uomo è necessario uno scopo, un traguardo, una meta alla quale tendere.
Se si vive senza una meta da raggiungere (meglio se un grande traguardo lontano, ma ben suddiviso in piccoli passi o "mete intermedie" in modo da non finire con il sentirsi frustrati da una meta percepita come irraggiungibile) non si potrà che vagare senza scopo,vuoti, scontenti e privi di significato.
Come trovarlo, poi, è un altro discorso. Il libretto suggerisce di provare ad ascoltare la propria voce interiore, ignorando i condizionamenti esterni, e provare a rispondere alle domande "Cosa ti piace davvero? Cosa sei bravo a fare, cosa ti appassiona profondamente?"
■ ESSERE ASSORBITI IN UN'ATTIVITA' GRATIFICANTE. Quando ci si diverte, quando si fa una cosa che gratifica profondamente, si ha l'impressione che il tempo scorra più velocemente, il cervello smette di pensare e preoccuparsi, si finisce con il non guardare l'orologio e quando se ne esce si ha uno stato di leggera euforia e gratificazione.
E' per questo che è importante vivere il più spesso possibile questi momenti di "trance" (o di "FLOW"): ricaricheranno le batterie della felicità.
Agire, dunque, senza pensare troppo, e anzichè perdere tempo in attività che rubano il tempo (come i social network, la televisione, youtube...) vivere il qui ed ora immergendoci in quello che ci piace davvero fare.
■ ASCOLTARSI. Capire chi si è, non chi pensiamo di dover essere. Il dialogo con se stessi, calmando la propria mente anche attraverso tecniche di rilassamento o di meditazione, è alla base dell'ascolto della propria natura, per comprendere chi siamo e chi vorremmo essere: non è la stessa cosa che diceva Aristotele?
(immagini prese da Internet, credito agli autori)


Nessun commento:
Posta un commento