12 settembre 2014

L'inconciliabilità della rassegnazione




Per un sacco di tempo non mi è stato assolutamente chiaro come si conciliassero due frasi standard che sono dei veri e propri ritornelli in ogni buon percorso di crescita personale: “Accettati come sei” e nel contempo “Impegnati a diventare una persona migliore”. 

Ma insomma: "accettati" o "cambia"?! A quanto mi sembra, sono due cose inconciliabili: se uno vuole migliorare è perché riconosce di avere dei limiti che lo infastidiscono, che lo ostacolano, che insomma non vuole avere: per cui evidentemente non li accetta e vuole cambiare per essere, magari, più soddisfatto di sé. 
Se accettasse serenamente di avere questi limiti, non si dannerebbe per cambiarli.

Ma se a un certo punto intraprende un percorso di crescita personale è perchè vuole cambiare se stesso, per cui vuol dire che non si accetta per com’è, che vuole essere appunto diverso. Da ciò si deduce che è del tutto evidente che non si va bene, non intende rassegnarsi ad accettarsi per come è.

La conclusione che ne traggo io è che l’unico modo per accettarsi è dire “Boh vabbè io sono fatto così, ‘sticazzi. Sono ok così come sono (irascibile, sovrappeso, pigro, incapace di concentrarmi, infedele, eccetera) e mi accetto con i miei limiti. Per cui non alzerò un dito neanche per tentare di pensare di migliorare qualcosa. Tié.”
Il che suona un filino strano. Accettarsi significa fermarsi? Non muovere più un dito?  
 Avevo quindi deciso che “accettare i propri limiti” era una cosa del tutto teorica, oppure al massimo una comoda massima un po' new-age per gente molto pigra in cerca di autogiustificazioni.

Ma accettare qualcosa non equivale necessariamente a rassegnarsi a quel qualcosa.
Davanti alla percezione di un limite, la rassegnazione porta a dire “Me ne devo fare una ragione, trovare un qualche lato positivo che ci deve pur essere, fare di necessità virtù perché non si può (oppure “...perché costa troppo”) cambiare”. 

Accettare invece significa riconoscere, prendere atto che le cose stanno in effetti così e sono magari sempre state così anche se le vorremmo diverse. Che la situazione è questa, e non ci si può raccontare balle. E poi, se possibile, decidere di iniziare a fare qualcosa per cambiarle. E agire. 

Accettazione significa vedere le cose così come sono nel momento presente. Se peso qualche chilo in più di quanto vorrei, posso dire 
“...io sono fatto così”, 
“...è il metabolismo che cambia”, 
“...non posso accettare di vivere senza croissant e cappuccino”.

Oppure accettare il verdetto della bilancia come una descrizione del mio corpo attuale senza mettere la testa nella sabbia e,  da questo punto di vista, decidere lucidamente la strategia da seguire. 

Altro esempio: il lavoro che proprio non piace. Caso mio. Normalmente impreco a gran voce, mi lamento, mi agito, informo la gente senza lesinare particolari di quanto io sia sfortunato a fare un lavoro da scrivania alienante e fastidioso nonostante le mie aspirazioni ben diverse.

Come si può applicare qui il principio dell'accettazione? Credo riconoscendo la realtà per quello che è e non per quello che vorrei che fosse. Ovvero che il periodo fa oggettivamente schifo, i curricula spediti finora sono stati ignorati, per ora non ci sono alternative sensate e che questo lavoro mi porta un utile stipendio.
Certo, vorrei avere un lavoro creativo e realizzante e ben pagato. Nella realtà, ho un lavoro alienante e pagato, vicino a casa, che mi lascia qualche ora di tempo libero la sera, e dei colleghi con cui vado d'accordo. Vista con occhi realistici, non è poi così male. E non mi sembra di indorare la pillola.
Ora, cosa posso fare se voglio cambiarla? Continuare a guardare altre offerte, oppure aspettare in pace che questo lavoro finisca e intanto farlo guardando la realtà: che ho uno stipendio, che non mi piace, ma che in molti vorrebbero averlo. Per lo stipendio, immagino, mica per la realizzazione di impilare numerini in tabelle.
Da cui lamentarmi di continuo vagheggiando di un lavoro ideale che non ho, è un comportamento nevrotico che non mi può aiutare a sentirmi meglio. Piuttosto, vedere se si può migliorarlo nei discreti limiti del possibile.



E se la cosa non è modificabile? Se, ad esempio, ci troviamo ad affrontare l'invecchiamento, un difetto fisico, un lutto? 
Allora l'accettazione della cosa così com'è è ulteriormente importante, perchè eviteremo di sprecare ulteriori energie nel cercare di RESISTERE A QUELLO CHE DI FATTO E' GIA' COSI', tentando di forzare la realtà e di farla coincidere con le nostre aspettative magari irrealistiche, mettendoci a lottare contro i mulini a vento ostacolando di fatto la crescita interiore o il superamento del problema. 
Nel libro “Vivere momento per momento” c’è un breve capitolo sull’accettazione, definita come la disponibilità a vedere le cose così come sono in realtà, senza contaminarla con le nostre personali aspettative di come pensiamo dovrebbero essere.


“[…] Accettazione non significa che deve piacerti tutto di te o che devi assumere un atteggiamento passivo e rinunciare ai tuoi principi e ai tuoi valori.
Non significa che devi essere soddisfatto delle cose così come sono, o rassegnato.
Non significa che non devi cercare di liberarti delle tue abitudini autodistruttive o che devi tollerare l’ingiustizia e rinunciare a ogni impegno per cambiare il mondo.
L’accettazione di cui parlo è semplicemente una disponibilità a vedere le cose così come sono. È l’atteggiamento che pone i presupposti per una azione appropriata nella tua vita, di qualsiasi cosa si tratti. È molto più facile agire con convinzione e con efficacia quando abbiamo una chiara immagine di come stanno le cose, che quando la nostra visione è velata da giudizi e desideri.
Nella pratica della meditazione, coltiviamo l’accettazione prendendo ogni momento così come viene e vivendolo nella sua pienezza. Non cerchiamo di sovrapporre all’esperienza le nostre idee su cosa dovremmo sentire, pensare o vedere, bensì restiamo ricettivi a ciò che sentiamo, pensiamo e vediamo in questo momento.
Di una cosa possiamo essere certi: che ciò che è oggetto della nostra attenzione in questo momento cambierà, offrendoci l’occasione di coltivare l’accettazione di ciò che si presenterà nel momento successivo.


[immagine presa da www.finimondo.org]

5 settembre 2014

Istruzioni per bere il caffé





 Ho un collega che, durante la pausa, ordina sempre “un caffè molto ristretto”, non lo zucchera, agguanta la tazzina spesso chiaccherando e lo ingurgita in un secondo netto. Dopodichè esce dal bar e si fuma la sua sigaretta.
Mi sono sempre chiesto: ma allora che si beve il caffè a fare? L’intento è quello di prendersi una pausa, ma mi sembra chiaro che la ottiene unicamente con la sigaretta. Il caffè non serve quasi a nulla, visto che transita in bocca per pochi istanti e poi viene coperto dal gusto della nicotina.
Forse gli serve per “prepararsi la bocca”, o più probabilmente come scusa per prendersi una pausa (la sigaretta potrebbe benissimo fumarsela fuori dalla porta, senza andare in bar)...fatto sta che, per quanto riguarda il caffè in sé, l’attenzione dedicata alla povera tazzina è veramente insignificante!

La cosa mi è tornata in mente leggendo un capitolo del libro “Vivere momento per momento” (“Full Catastrophe Living”, secondo le intenzioni dell’autore), di Jon Kabat-Zinn, un curioso biologo molecolare che a un certo punto della sua carriera si è messo ad approfondire le discipline orientali e a fondare una clinica per curare i malati di stress.
L’intero libro tratta dell’arte di vivere con consapevolezza il presente, senza “sprecarlo” viaggiando con la mente, come viene fin troppo naturale, avanti e indietro nel tempo rivolgendo l’attenzione agli avvenimenti passati, ai ricordi, alle speranze, agli avvenimenti in programma per il futuro, a una cosa non detta, a un progetto per l'indomani.

In questo modo però quante volte il momento presente viene bistrattato, vissuto con la mente rivolta ad altri pensieri, o trattato solo come un momento di passaggio verso obiettivi futuri da inseguire?
Intanto l’istante passa, il caffé è già nello stomaco e noi ovviamente pensiamo già all'istante successivo, senza mai assaporare pienamente l’unico momento in cui esistiamo e possiamo vivere davvero. E una dopo l’altra, la vita passa e tante occasioni vengono sprecate semplicemente perchè non ci facciamo caso, pensando ad altro. Carpe diem, sarebbe.


Visto in quest’ottica, il caffè ristretto ingurgitato in mezzo secondo chiaccherando con i colleghi, solo come scusa (con se stessi) per potersi fumare la sigaretta, è un’occasione sprecata.
Il caffè avrebbe molto da dire e offrire: l’aroma, il gusto, il profumo, la sensazione sulla lingua, e tutte le sensazioni collegate. Ognuno ovviamente è libero di bere ciò che desidera come lo desidera, ma ingurgitandolo senza ritegno, distrattamente, automaticamente, senza consapevolezza di quello che si sta facendo, l’essenza stessa del caffè viene sprecata. E caffé dopo caffé, la vita pian piano viene vissuta col pilota automatico, al di sotto delle potenzialità che offrirebbe. 

A questo proposito uno dei primi esercizi del dottor Kabat-Zinn nella sua clinica riguarda proprio la consapevolezza di ciò che si mangia. Lui usa l’uvetta, ma è evidente che lo stesso risultato si ottiene con una tazzina di caffè, o una mela, o una brioche. Con la differenza che, personalmente, trovo che usare la brioche renda l’esperimento notevolmente più facile!





“Il modo in cui presentiamo per la prima volta la meditazione nella clinica per lo stress sorprende sempre i nostri pazienti. Spesso la gente si aspetta che la meditazione sia qualcosa di insolito, di mistico, di straordinario. Per eliminare subito queste aspettative, distribuiamo a ciascuno dei presenti tre chicchi di uva passa e li mangiamo uno per volta, consapevolmente, concentrando l’attenzione su quello che stiamo facendo e vivendolo attimo per attimo. 

 In primo luogo guardiamo attentamente il chicco di uvetta, lo osserviamo come se non avessimo mai visto una cosa simile in vita nostra. Con i polpastrelli ne palpiamo la consistenza, mentre notiamo le sfumature di colore e la forma delle superfici. Facciamo attenzione ai pensieri che si presentano riguardo all’uva passa o al cibo in generale. Se, mentre guardiamo il chicco di uvetta, proviamo sensazioni di attrazione o repulsione, se ci piace o non ci piace, notiamo anche questo. Poi lo annusiamo per un po’. Infine, consapevolmente, lo portiamo alle labbra, osservando il movimento del braccio e della mano e la salivazione che comincia a prodursi quando il corpo e la mente sono in attesa di ricevere del cibo. Continuiamo a fare attenzione mentre lo mettiamo in bocca e lo mastichiamo lentamente, assaporando il gusto di un singolo chicco di uva passa. E, quando siamo pronti a deglutire, osserviamo l’impulso di deglutire mentre va crescendo, in modo da vivere anche questa fase consapevolmente. Alla fine proviamo a immaginare o ‘sentire’ il nostro corpo di un chicco di uvetta più pesante.

L’effetto che questo esercizio ha sulle persone è invariabilmente positivo, anche per coloro a cui non piace l’uvetta. I commenti dei partecipanti sono, di solito, che questa diversa esperienza del mangiare è molto piacevole, che hanno assaporato un chicco di uvetta per la prima volta in vita loro e che anche un singolo chicco di uvetta può essere nutriente. Spesso qualcuno osserva che se mangiassimo sempre in questo modo mangeremmo meno e avremmo un rapporto più gratificante ed equilibrato con il cibo. Di solito qualcuno nota l’impulso automatico a mettere in bocca anche gli altri due chicchi prima di aver finito di mangiare il primo e riconosce in quel momento che è quello il suo modo di mangiare abituale. Poiché molti di noi usano il cibo come consolazione, specialmente quando ci sentiamo ansiosi o depressi, questo piccolo esercizio di mangiare al rallentatore, consapevoli di tutto ciò che facciamo, mette in luce quanto siano potenti e incontrollati molti dei nostri impulsi riguardo al cibo.

Nello stesso tempo, esso rivela quanto mangiare possa essere un gesto semplice e soddisfacente e quanto più autocontrollo sia possibile quando introduciamo la consapevolezza in quello che stiamo facendo, momento per momento."